IL LOGO DELL’EST

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Come l’Antico Corso ha sepolto il presente per riesumare un passato che non ha mai vissuto — tra colonne benedettine, falce ideale e la nostalgia di un’Unione che non ha mai tifato calcio fantastico

di Beppe Mannaggia

Il nuovo stemma dell’AS Antico Corso, svelato al Monastero dei Benedettini di Catania.

Stolti, c’è un momento in cui una squadra smette di essere solamente una colonna di numeri in classifica e diventa un’idea, un manifesto, un pezzo di cartone pressato che qualcuno ha deciso di chiamare stemma. Quel momento, per l’AS Antico Corso, è arrivato ieri pomeriggio, tra le arcate secolari del Monastero dei Benedettini di Catania, in una cerimonia che definire “sobria” sarebbe un affronto alla lingua italiana: qui di sobrio non c’era nulla, a partire dalla scelta della location fino all’ultima stella a cinque punte proiettata sul soffitto affrescato.

Il presidente ha scelto il Monastero non a caso: pietra lavica, chiostri silenziosi, una storia che si misura in secoli e non in giornate di campionato. In quel contesto — tra Barocco e Controriforma — si è materializzato uno stemma che con il Barocco e la Controriforma ha volutamente ben poco a che fare. Circolare, severo, cerchiato di un azzurro notte e di un rosso che più che al Corso Italia richiama certi manifesti sovietici ingialliti dal tempo: al centro, un edificio color pietra che è insieme il Monastero che lo ospitava e un’idealizzazione della Catania barocca, sormontato da una stella rossa a cinque punte incorniciata da due torri merlate e da un pallone da calcio stilizzato, il tutto avvolto da rami d’alloro che più che a un ulivo mediterraneo sembrano usciti da uno stemma del Patto di Varsavia.

UN’ESTETICA CHE VIENE DA LONTANO (E DA EST)

“Volevamo un logo retrò, non nostalgico del Corso Italia degli anni Novanta, ma nostalgico di qualcosa che non abbiamo mai vissuto”, ha dichiarato la dirigenza rossoazzurra presentando il progetto. Un concetto che si è tradotto in una precisa direzione grafica: la tipografia squadrata e leggermente consumata che corre lungo il bordo del cerchio, l’uso della stella a cinque punte come elemento centrale, la palette cromatica — azzurro profondo, rosso ossido, crema — che richiama più i distintivi della Dinamo Mosca o della Steaua Bucarest che i gonfaloni catanesi. Un’operazione dichiaratamente ispirata all’iconografia dell’Unione Sovietica e, più in generale, a quell’estetica “da Eurasia” fatta di stelle rosse, ghirlande di alloro e architetture monumentali che per decenni ha decorato le curve e le tessere dei più gloriosi club dell’Est.

Il risultato è uno stemma che sembra scavato fuori da un archivio piuttosto che disegnato da un’agenzia di comunicazione: la scritta “EST. 2022” corre lungo il bordo inferiore come un timbro doganale, la dicitura “CATANIA” è racchiusa in un cartiglio che pare strappato da un manifesto di propaganda d’antan, e il Monastero dei Benedettini — trasfigurato in una sorta di Cremlino di pietra lavica — troneggia al centro con un’austerità che di calcistico, a dirla tutta, ha ben poco e di monumentale ha moltissimo.

«Un logo retrò, non nostalgico del Corso Italia, ma nostalgico di qualcosa che non abbiamo mai vissuto.»

LA CERIMONIA: TRA CHIOSTRI E APPLAUSI TIEPIDI

La presentazione si è tenuta nel Chiostro di Levante del Monastero, location concessa dopo lunghe trattative — si vocifera — più burocratiche che tattiche. Presenti una trentina di tesserati, alcuni dirigenti di altre squadre della Lega arrivati per curiosità o per spionaggio estetico, e un buffet a base di arancini che ha ricevuto applausi persino più convinti dello stemma stesso. Nessuna dichiarazione ufficiale di Palazzolo dell’Araba Fenice, invitato ma assente: c’è chi dice fosse impegnato a contare gli avocado, c’è chi dice avesse semplicemente altro a cui pensare, visti gli ultimi risultati.

Il momento clou è arrivato con lo spegnimento delle luci del chiostro e la proiezione dello stemma sulla volta, accompagnata — inevitabilmente — da una colonna sonora di ottoni che ha strappato più di un sorriso ironico tra i presenti. “Sembra l’apertura dei Giochi Olimpici di Mosca ’80”, ha commentato sottovoce un tesserato rivale, prontamente zittito da un applauso di circostanza.

UN SIMBOLO PER UNA SQUADRA A METÀ CLASSIFICA

Va detto: l’operazione arriva in un momento delicato per l’Antico Corso, settima forza del campionato trascorso, proprio sulla soglia della zona Europa. Un nuovo stemma non vince partite, questo lo sappiamo tutti, ma restituisce identità — e forse, semmai ce ne fosse bisogno, un po’ di terrore reverenziale agli avversari che, guardando questo blasone color Guerra Fredda, potrebbero iniziare a chiedersi se non sia il caso di controllare meglio la formazione avversaria prima del fischio d’inizio.

Il Conclave, informato della cerimonia, non ha rilasciato commenti ufficiali, limitandosi a far sapere che “l’estetica dei loghi non rientra tra le materie di propria competenza”, ma che “si compiace di ogni iniziativa che elevi il tono culturale della Lega”. Una benedizione felpata, di quelle che al Conclave riescono meglio.

«Il calcio ha bisogno di simboli, non solo di formazioni.»

Restano da capire gli effetti pratici: nuove maglie, nuovo materiale di comunicazione, forse persino un restyling del profilo ufficiale. Quel che è certo è che, da oggi, ogni volta che l’Antico Corso scenderà virtualmente in campo, lo farà sotto lo sguardo severo di un edificio benedettino travestito da caserma dell’Armata Rossa, con una stella rossa a fargli da bussola. Se sia sufficiente per scalare la classifica, lo dirà il campo. Se sia sufficiente per intimidire l’avversario di turno, lo diranno gli sguardi la prossima domenica.

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